Necropolitiche carcerarie #1: detenuti in rivolta

Dallo sciopero della spesa iniziato il 14 agosto dai detenuti del carcere di Poggioreale (qui spiegate le ragioni della protesta), a quella che si aspetti sia la più grande mobilitazione carceraria degli Stati Uniti, che coinvolgerà le patrie galere di diciassette stati, passando per i corpi migranti imprigionati nei lager libici o negli hotspot europei,  il dispositivo “prigione” rappresenta la realizzazione di una politica di morte necessaria alla produzione della popolazione e la sua gerarchizzazione etno-sociale. Una necropolitica che costringe milioni di persone a privazione sensoriale e di affetti, allo sfruttamento assoluto come forza-lavoro schiavile, a condizioni igienico-sanitarie pessime, per sostenere un complesso carcerario-militare-industriale che nell’era del capitalismo transnazionale valica confini e stati di diritto (come sostenuto da Angela Davis in una sua ultima pubblicazione “Freedom as a constant struggle: Ferguson, Palestine and the Foundations of a Movement”, 2016). Provare a moltiplicare i canali in cui poter trasmettere le voci strozzate dalle sbarre, spente dall’informazione monopolizzata dal capitale, è ciò che ci spingerà fino al 9 settembre a condividere l’andamento della rivolta carceraria negli USA e a rendere disponibili anche in italiano, riflessioni e analisi che altrimenti sarebbero indisponibili ai più.

Iniziamo di seguito con la traduzione di un articolo dal sito francese slate.fr.


I detenuti americani si mettono in sciopero

 

Negli Stati Uniti, una parte dei prigionieri e delle prigioniere saranno in sciopero dal 21 agosto fino al 9 settembre, in riferimento alla rivolta sanguinosa della prigione di Attica nello Stato di New York, iniziata il 9 settembre 1971. Per provare ad attirare l’attenzione sulle condizioni di lavoro e di detenzione in prigione, alcuni smetteranno di lavorare, altri di mangiare.
Il lavoro in prigione è stato recentemente trattato dai media americani dopo che numerosi prigionieri sono stati reclutati, sulla base del volontariato, per aiutare a spegnere degli incendi in California e questo, per un dollaro l’ora e due dollari supplementari al giorno. Una missione ritenuta essere “ben remunerata”: il salario medio in detenzione è stimato sui 20 centesimi l’ora.
“Schiavitù moderna” per Amina Sawari, portavoce delle detenute e dei detenuti in rivolta. Non allo stesso modo risponde la legge: negli Stati Uniti, il tredicesimo emendamento, che permette di abolire la schiavitù, presenta un’eccezione, “la servitù involontaria come punizione di un crimine”.

La leva principale dei prigionieri è il loro corpo

La manifestazione arriva due anni dopo il più grande sciopero dei prigionieri della storia degli Stati Uniti, che aveva compreso dodici Stati. E’ difficile determinare il numero esatto degli scioperanti in occasione del prossimo movimento, i portavoce stimano che coinvolgerà le prigioni di almeno diciassette Stati, diventando la più grande manifestazione carceraria della storia degli Stati Uniti.
“La principale leva dei prigionieri è il loro proprio corpo – testimonia Sawari- una prigione non può esistere senza il lavoro dei prigionieri” che cucinano, puliscono, si occupano del giardino, della biancheria… Ancor più degli scioperi, scioperi della fame e sit-in, i detenuti si appellano ugualmente al boicottaggio delle imprese e agenzie che traggono profitto dal lavoro in prigione.
Tra le dieci domande formulate, si trovano: “la fine della schiavitù in prigione”, “un miglioramento delle condizioni di detenzione”, l’estensione del diritto alla libertà condizionale a tutti i detenuti, la fine del trattamento ineguale e razzista subito dalle persone razzializzate, l’aumento della possibilità di reinserimento.
Per migliorare le condizioni di detenzione, bisogna che gli Stati accettino di rilasciare più fondi. Questo sembra impossibile per il portavoce del dipartimento di correzione e riabilitazione californiano, Jeffrey Callison, che stima che “il costo di ciascun prigioniero è di 80mila dollari annui”. Si devono pagare i guardiani, la sorveglianza, la mensa, ciò impedirebbe di remunerare più a lungo i prigionieri.
Quest’estate in Francia le condizioni di detenzione sono state anch’esse messe in evidenza da quattro detenuti di Villepinte, che hanno mostrato al mondo esterno lo stato delle celle surriscaldate e insopportabili a causa del caldo. L’Osservatorio internazionale delle prigioni allerta ogni anno sulle condizioni d’incarcerazione, cinquantatré prigioni francesi sono in situazione di sovraffollamento estremo.

 

tradotto da Mc B

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