Accidentalmente Davide

Crescere è una delle cose più complicate che ci siano. Vorresti rimanere per sempre un ragazzino, uno scugnizzo, con il sogno di giocare a pallone nella squadra della tua città, per inseguire le orme dei tuoi idoli milionari. Ti accontenti del solito supersantos, nella solita piazzetta, con i soliti amici del quartiere. Se sei di certe zone nasci già cresciuto. Il tuo tempo è già di qualcun altro.

La necessità del trovare un modo per arrangiarti, non ti permette neanche di finire la scuola. Perchè già mamma e papà fanno i salti mortali; e magari, dopo una giornata di lavoro, ci sta fumarsi una canna o bere qualcosa o farsi un giro sul motorino assieme ai tuoi soliti amici, che si arrangiano come te o vanno ancora a scuola. Che male vi abbiamo fatto? Almeno così possiamo continuare a sognare di diventare calciatori e un giorno permetterci tutto ciò che adesso non abbiamo.

Troppo spesso i nostri desideri vengono infranti. Se nasci e vivi nei grigi palazzi del Rione Traiano o nelle altre periferie della nostra città, allora non meriti di essere integrato nella vita di tutti i giorni, non meriti di avere una scuola decente, una casa decente, non meriti strade pulite e illuminate.

Cresci in quartieri spogli, governati di concerto da chi ci controlla con la paura e chi con i posti di blocco. Cresci tra le macerie di un parchetto piuttosto che in spazi di aggregazione e di socialità. Vivere in questi quartieri è essere criminali. Non importa cosa fai o hai fatto. Chi vivrebbe mai al Rione Berlingeri di Scampia, se non dei pericolosi malviventi?

Due anni fa un carabiniere ha ammazzato uno di noi, Davide, uno di quelli con cui giocavamo a pallone; uno di quelli con cui ci fermavamo a sognare nel parchetto dietro casa, cospirando di diventare qualcuno. Prima o poi. Un ragazzino di 16 anni sparato “accidentalmente” da un carabiniere in un viale della periferia ovest di Napoli. Non aveva il casco, viaggiava a tre sul motorino. Meritevole di una condanna a morte.

Dai giorni subito dopo l’omicidio fino ad oggi, i giornali e le televisioni sono stati capaci di dipingere Davide e la sua famiglia come se fossero chissà quali mostri e Napoli, la nostra città, come se fosse “l’utero del Male”. E’ stato più facile trascrivere i casellari giudiziari della famiglia Bifolco, piuttosto che soffermarsi sull’inseguimento a sirene spente, sullo speronamento omicida, sullo sparo di quella notte di settembre.

Il sabato successivo alla sua morte, sotto una pioggia incessante che non smetterà mai di battere nella nostra memoria, i sogni di migliaia di ragazzini si sono rivoltati. “Noi valiamo almeno quanto i sogni dei ragazzini di Chiaia” sembravano dire.

Nessuna risposta alla pretesa di dignità della nostra vita. Ancora una volta la paura si fece strada in sella ad un TMAX, ancora una volta i manganelli avrebbero pattugliato le nostre strade.

Da quella notte di dolore, da quelle cariche, da quelle lacrime e dall’amore, un grigio e decadente palazzone, che qui è una scuola, è diventato uno spazio in cui poter coltivare i nostri sogni.
Dal dolore di quella notte è nato un fiore, ci troverete lì ad innaffiarlo.

Siamo i ragazzi delle periferie. Ci chiamiamo Davide Bifolco.

Mattia vonLucky Bobby Hutton

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