Terrorizza et impera

C’erano attentati continui ed ingiustificati. Fatti a caso. Servivano allo stato per limitare le libertà dei cittadini. Ad ogni attentato si facevano leggi restrittive delle libertà.
George Orwell, 1984

Spesso ricercare l’origine etimologica di un termine può aiutarci ad inquadrarne meglio il significato. Il fatto che il termine “terrorismo” derivi dal francese terrorisme del XVIII secolo, può già darci qualche indizio su quanto questo fenomeno sia solo recentemente identificabile. Molto interessante è invece l’origine della parola “terrore” che, in quasi tutte le lingue, va ad indicare una sensazione di tipo fisico che coglie con un tremito tutto il corpo fino a farci piegare le ginocchia. Nessuno ne è immune, e ci rende identici (e quindi uniti).

Di sicuro non è trascurabile il fatto che la profilazione delle condizioni psichiche degli attentatori si affianca sempre più frequentemente alla “classica” rappresentazione del fanatico musulmano, assoldato dall’ISIS, offertaci dai nostri mezzi di comunicazione.

A questo punto: o siamo dinnanzi ad una rivolta di ex casi psichiatrici o forse dovremmo iniziare a farci qualche domanda al riguardo.

L’uomo ha paura della pazzia: di perdere il legame con ciò che socialmente si considera giusto o normale con il modo di pensare ed agire con cui è stato educato e, quindi, di perdere qualsiasi connessione col mondo a lui circostante. Per questo motivo fa di tutto per regolarsi alle norme che gli vengono trasmesse prima come individuo (appartenente a una famiglia o una comunità) e poi come membro di una società. Nel proprio intimo ognuno cerca di perseguire la strada della “razionalità”, a prescindere dai risultati raggiunti!

Per una serie di motivazioni, quindi, l’uomo medio è convinto che dai “pazzi” è meglio starne alla larga. Il “pazzo” è un’altra forma sotto cui, l’Occidente, rappresenta l’Altro: ciò che non conosciamo e che mette in discussione ciò su cui è fondata la nostra soggettività presuntamente razionale. Così inizia un processo di emarginazione sociale, di istituzione e  categorizzazione della “devianza” che allontana gli individui ritenuti “Altri” dai principi culturali, etici e morali dominanti nella società.

La responsabilità individuale è uno dei principi su cui si incardina il nostro Stato di diritto. Difficile pensare, però, alla responsabilità colpevole di un “pazzo” nei confronti della sua stessa pazzia. Dalle battaglie politiche e scientifiche che personaggi, come lo psichiatra Franco Basaglia, hanno portato avanti è emerso con forza che l’origine di molte sofferenze, che vengono categorizzate come disturbi, se non patologie, risieda nella società in cui questi individui sono inseriti.

La marginalità sociale, elemento riscontrabile in tutti gli esecutori degli ultimi attentati, risulta, perciò, essere un prodotto stesso della società in cui viviamo. Di conseguenza, la mancanza di una prospettiva di emancipazione dalle proprie condizioni di marginalità è ciò che, ai giorni nostri, spinge centinaia di persone ad arruolarsi in formazioni integraliste, o ad agire da “lupi solitari”.

Certo, quelli che si fanno saltare in aria potrebbero davvero essere persone bisognose di cure, o potrebbero aver affrontato, in precedenza, percorsi terapeutici (anche se ormai è sempre più usuale medicalizzare i disagi sociali come disturbi psichici), ma ciò non elimina la loro provenienza sociale e perchè fanno quello che fanno.

Dallo schermo intanto continuano a fuoriuscire solo informazioni riguardo un certo terrorismo islamico senza, tuttavia, mai specificare i meriti politici, sociali ed economici della sua natura.

Una prima cosa da dire è che l’origine del fenomeno non è di matrice religiosa, stiamo parlando non dell’Islam (il nome della religione musulmana) ma dell’islamismo, ossia l’ideologia politica che vede la religione islamica come norma regolatrice della società e dell’economia. Un elemento, evidentemente, ancora ignoto a numerosi studiosi, politologi e giornalisti da talk show che parlano di scontro tra civiltà o guerre di religione.

Un altro dispositivo discorsivo che legittima e produce l’orientalizzazione del musulmano barbaro e incivile, è quello di considerare l’Islam come una religione per sua natura violenta, tagliatrice di gole e bombarola, a cui si oppone la democratica, liberale etica cristiana occidentale. Al “Jihadi John” che con il suo machete minaccia le nostre società, non può esserci altra risposta se non i bombardamenti a tappeto e l’innalzamento della sicurezza interna.

Il problema quindi sono le religioni? Non proprio… E non lo sono neanche i pazzi.

Ripensando alle poche righe dell’“Elogio del Crimine” di Marx, potremmo trasporre il suo ragionamento sul terrorismo ed i suoi attentati e domandarci: cosa producono? Prima di tutto paura verso il prossimo e verso il viaggiare. La paura per il viaggio determina un abbassamento dei costi di trasporto (in particolar modo aereo), ma questo significherà conseguentemente una riduzione della domanda? I flussi turistici effettivamente diminuiranno? Per ora soprattutto in seguito agli ultimi attentati all’aeroporto di Istanbul, numerose sono state le interviste a viaggiatori che sostanzialmente sostenevano: “Potrebbe succedere a chiunque e ovunque… certo fa un po’ paura… ma che dovrei fare non partire e farmi intimorire? Dovrei limitarmi e non fare la vacanza a causa di un gruppo di folli che si fanno saltare in aria?” Sicuramente si avrà paura di intraprendere un viaggio in certe regioni del mondo, ma sembra altrettanto certo che non sarà un deterrente così forte da far crollare l’indotto turistico (compagnie aeree, alberghi, ristorazione e così via).

Il terrorismo, inoltre, produce un incremento nel mercato delle armi (di cui alcuni paesi europei come Germania e Italia, sono tra i primi produttori al mondo), un aumento dei traffici illegali e del mercato nero. Il fatto che i terroristi comunichino tramite il web, produce un aumento dei controlli nel digitale e favorisce la comunicazione internazionale tra i vari reparti polizieschi, così come il “pericolo terrorismo”, classicamente, porta ad una militarizzazione interna alle società che si sentono minacciate, aumentando la presenza di soldati e forze dell’ordine. Insomma si produce “sicurezza”: ulteriori finanziamenti a polizia ed esercito, formazione di squadre speciali anti-terrorismo, produzione giuridica di nuove fattispecie di reato, con la conseguente produzione scientifica, nuovi testi, nuovi professionisti che magari scrivono i nuovi testi (per rimanere nell’analogia marxiana dell’”Elogio al crimine”).

Creare divisione e paura, da un altro punto di vista, genera una collaterale forma di aggregazione: la paura collettiva è un eccezionale collante per la figura di un ideale nemico da combattere, le cui caratteristiche sono dipinte in base alla percezione che ha chi le osserva.

Questo viene evidenziato anche nell’articolo per il “The Guardian” (UK) di Nicolas Hénin (http://www.internazionale.it/opinione/nicolas-henin/2015/11/18/ostaggio-stato-islamico), dove il giornalista francese rapito per dieci mesi da un gruppo jihadista dell’IS, riassume la sua impressione sui rapitori in queste poche righe: “Si presentano come supereroi, ma lontani dalle telecamere sono piuttosto patetici: ragazzi di strada ubriachi di ideologia e potere. In Francia abbiamo un modo di dire: stupidi e cattivi. Io li ho trovati più stupidi che cattivi” e conclude il pensiero specificando che ciò “non significa sottovalutare il potenziale omicida della stupidità”. Hénin in chiusura d’articolo sottolinea che “ciò che temono è l’unità”. Pare allora anche più evidente qual è il ruolo del razzismo e dell’odio in questo contesto di terrore globale. L’uomo da solo ha sempre più paura.

Da non sottovalutare è poi la mole di notizie che produce il terrorismo e quindi il considerevole aumento di disinformazione di cui siamo vittime (la necessità di produrre notizie sempre più velocemente ha avuto un ruolo importante nell’abbassamento della qualità dell’informazione, sempre più spesso rimpinzata dalle opinioni personali devianti e anestetizzanti degli autori).

Ricevere passivamente l’informazione mainstream non fa altro che assopire lo spettatore medio che ben presto paralizza il pensiero e si affida a quello che sente senza sviluppare una propria concezione di ciò che gli accade intorno. Fra l’altro il proliferare di notizie tragiche non fa che privare di emotività lo spettatore che rimane sempre più insensibile dinnanzi a qualsiasi tipo di strage o semplicemente a qualsiasi evento esterno.

Iniziare a ragionare con la propria testa per resistere e reagire al bombardamento mediatico che subiamo tutti i giorni, può essere il primo passo collettivo verso una ripresa di coscienza del circostante e dei fatti. Ricominciare a ragionare è una tappa fondamentale.

Abbiamo bisogno di tutte le nostre intelligenze. Abbiamo bisogno di afferrare il tempo e farlo qui ed ora.

 

 

Bobby Hutton Luca Krono

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