Democrazia Gentrificata

Sui festeggiamenti del trentennale di Dolce & Gabbana a Napoli, si è aperto un cospicuo dibattito mediatico. Le narrazioni, da quelle glorificatrici (quotidiani come la Repubblica, Il Mattino e la politica locale) a quelle più critiche (Fan page Napoli, Corriere del Mezzogiorno, Napoli Monitor) hanno centrato la loro attenzione su tre aspetti: l’effettivo impatto dell’evento sull’economia napoletana (principalmente in termini di visibilità internazionale); la preclusione agli abitanti della città di poter attraversare le zone interessate (il centro storico, Posillipo, Borgo marinari); le poche briciole (si dice 50 mila euro donati per la zona decumani e 15 mila per la location di Castel dell’Ovo, risarcimenti concordati con i commercianti per l’impatto sul flusso di clienti, piccoli regali per comparse) che l’evento D&G avrebbe lasciato per ricambiare la generosità e l’accoglienza dell’amministrazione comunale e della città tutta (gratuità del suolo pubblico occupato, deroghe al suono, estensione del pontile di Bagno Elena, temporanea sospensione delle strisce blu, divieti veicolari e pedonali).

Spesso le notizie si accavallano e confondono ed è sempre più difficile farsi un’idea di ciò che effettivamente succede. Insomma, non si capisce… questa “festa” è un bene o un male?

Secondo l’assessore alla cultura Nino Daniele «L’evento è un grande colpo d’ala per Napoli. Avremo un ritorno d’immagine enorme, il sito della maison ha segnato undici milioni di visitatori con Napoli. La città sta diventando un brand e il ritorno della Loren ha triplicato l’attenzione dei media. L’arrivo di staff e ospiti ha fatto scattare l’indotto: lavoro per ristoranti, alberghi, ormeggiatori. Poi c’è stato un significativo contributo per alcuni monumenti».
Questa affermazione, riportata da numerosi nodi di informazione, è esemplificativa degli obiettivi che il Comune ha per quanto riguarda l’economia del centro storico e dei territori con un alto valore paesaggistico e culturale. La città sta diventando un brand. Un marchio da esportare e vendere. Nell’era neoliberista del “tutto è merce” perfino una strada, una piazza, un monumento, possono essere messe in vendita o in affitto.

In fondo, c’è da essere entusiasti, come il Presidente della Seconda Municipalità, Chirico, sul proprio profilo Facebook: cosa saranno mai check point per impedire l’accesso per qualche ora ai luoghi dell’evento ai non-residenti? Napoli internazionale vale molto di più che permettere alla sua gente di poter camminare liberamente per le proprie strade.

Probabilmente in Italia, solo una città come Napoli sarebbe stata oggetto di un dibattito simile. Perché tanto scalpore attorno ad un evento considerato usuale nei centri storici di Roma, Firenze o Milano?

Nella fase mondiale dell’economia, le metropoli hanno dovuto rispondere a nuove esigenze. Si sono trasformate per poter essere ad uso e consumo di una middle class mondiale che viaggia e che presenta richieste sempre più omogenee. I centri storici hanno acquisito, quindi, caratteri speculativi importanti, dove i capitali privati possono disporre a proprio piacimento di intere porzioni di suolo pubblico senza sborsare un centesimo. Eventi come quello D&G, anzi, sono auspicati, perché portano visibilità alla città, a prescindere da un ritorno economico effettivo o dall’esclusione della stragrande maggioranza degli abitanti.

Bisogna dirlo: questa è la vera “anomalia Napoli”. Una città che prima dell’amministrazione De Magistris, manteneva, nonostante piani regolatori e progetti di riqualificazione urbana che partono dal post-terremoto dell’80, un centro storico ancora densamente abitato da fasce popolari, non del tutto deportate in quartieri periferici.
A prescindere da slogan propagandistici su Napoli autonoma e del popolo, il progetto neoliberista dell’amministrazione comunale si manifesta con forza in occasioni del genere. Uno dei cavalli di battaglia del rieletto sindaco Luigi de Magistris è stato proprio il turismo, una delle forme meno redistributive della ricchezza accumulata, ma l’unica incentivata per intervenire sull’economia cittadina.

Potremmo mai pensare che eventi simili aiutino a risolvere i problemi economici della città? L’attivazione dell’indotto dell’economia ricettiva (alberghi, ristoranti ecc.) aiuta, nel concreto, a stimolare i proprietari di queste attività ad assumere più lavoratori o a migliorarne le condizioni retributive e di tutela?

Infine, a vedere la sfilata di San Gregorio Armeno, viene da pensare solo alla rappresentazione di Napoli che l’Altro produce: San Gennaro, Maradona e il calcio, il babà, la pizza. Mancavano solo i tarallucci e il mandolino per completare la perfetta immagine razzializzata della città e dei suoi abitanti. Hanno fatto un safari nel centro storico in cui i vicoli del centro, i palazzi, i san pietrini, gli artigiani dei pastori, erano i leoni, le iene e le gazzelle della savana da osservare e studiare.

Nonostante messi alla sbarra dietro una vetrina, molti napoletani sono stati contenti di questo evento e della rappresentazione razzializzata della loro tradizione. Perché di Napoli nessuno mai ne parla. Perché Napoli è spaccio, violenza, crimine. E’ degrado, arretratezza, inciviltà.

Napoli è l’Oriente italiano. La gentrificazione è il colonialismo dei nostri tempi.

 

 

Bobby Hutton Mattia vonLucky

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