Una tigre di carta chiamata Unione Europea

51,9% Leave, 48,1% Remain. E’ il risultato del referendum sull’uscita dall’Unione Europea, tenuto la settimana scorsa in Gran Bretagna. Un risultato che è andato contro ogni aspettativa.
Nessuno si sarebbe immaginato che il secondo mercato finanziario del mondo sarebbe uscito dal palcoscenico europeo.
In questi giorni sono stati scritti centinaia di articoli sulle conseguenze di questo voto. Molte condivisibili (quasi da togliere le parole di bocca), altre meno. In particolar modo, tutti si concentravano su tre contraddizioni: la prima è quella economica, ovvero che la Gran Bretagna rischia il default; la seconda è il rafforzamento delle destre e infine, la terza, quella del conflitto generazionale vecchi vs giovani.
Partiamo dalla prima. Nonostante la caduta della sterlina ai valori del 1985, non sembrano esserci immediate conseguenze economiche. Lo dimostra la repentina ripresa della borsa di Londra, che ha chiuso in rialzo dal giorno dopo lo stesso referendum, così come quella di Milano (per chi non lo sapesse, Piazza Affari è di proprietà della London Stock Exchange ed è degli ultimi mesi la notizia di una possibile fusione con la borsa di Francoforte). Oltre alle percentuali borsistiche c’è da considerare che il saldo commerciale britannico con l’UE è negativo di circa 60 miliardi €. La Gran Bretagna, dunque, è legata a doppio filo con l’Unione: circa il 50% delle sue esportazioni in beni riguardano proprio il continente europeo. Se da un lato, quindi, la sterlina potrebbe seguire la strategia della svalutazione competitiva, dall’altro si aggira lo spettro dei dazi doganali. Se effettivamente, dopo l’uscita formale della Gran Bretagna, si ritornerà a rapporti economici che la liberalizzazione internazionale dei mercati ha superato, lo scopriremo solo in seguito alle scelte della governance britannica ed europea.
Qui veniamo alla seconda contraddizione. Da Saviano a Repubblica, passando anche per una parte dei movimenti sociali, si è parlato di una vittoria delle destre xenofobe e sovraniste. Va, però, sottolineato un dato: è andato a votare il 72% degli aventi diritto, di cui il 52% si è espresso per il Leave. Sarà stato l’Ukip di Farage a portare a votare milioni di persone? La vittoria del Leave significa un’automatica vittoria della destra alle prossime politiche in Gran Bretagna? Purtroppo va riconosciuto, che nessuna sinistra, nè radicale nè parlamentare, parla di fuoriuscita dall’UE. Ancora oggi ci si aggrappa all’idea che questo “mostro tecnocratico” sia riformabile e che si possa costruire un’Europa solidale e democraticamente rappresentata. Al momento, però, in seguito anche alla tragica esperienza greca dell’anno scorso, sembra che sia possibile “riformare” solo in una direzione peggiorativa le condizioni delle classi subalterne.
Anche se la sinistra britannica si era schierata per il Leave come ad esempio il sindacato dei trasporti inglese RMT (http://www.rmt.org.uk/news/rmt-reiterates-vote-leave-message/), il Socialist Labour Party inglese (http://www.socialist-labour-party.org.uk/) il Partito dei lavoratori irlandese (http://workersparty.ie/working-people-reject-the-eu-project/) il Partito Comunista britannico (http://communist-party.org.uk/britain/eu/2258-leave-eu-new-group-formed-to-fight-for-an-exit-left.html), in mancanza di una rappresentanza politica che sappia fare gli interessi della working class e dei subalterni, le destre xenofobe e nazionaliste riescono ad avere campo libero nell’egemonia discorsiva sui processi politici in atto.
In più emergono alcuni dubbi sulla politica di casa nostra: circa un mese fa, Lega Nord e Fratelli d’Italia hanno dichiarato la propria contrarietà alle modifiche costituzionali (ma non erano quelli al governo quando hanno sottoscritto i trattati UE dal 2001 in poi?) ed hanno annunciato la fondazione di vari comitati per il NO al referendum di ottobre.
Potremmo proporre lo stesso interrogativo di prima: se in autunno dovesse vincere il NO, allora questa sarebbe una vittoria della destra xenofoba?
Siamo all’ultima contraddizione. Si è parlato tanto della differenza di voto tra i giovani inglesi, i quali hanno votato per il Remain, mentre la vecchia generazione si è espressa per il Leave. Si è parlato di “decisionalità” in mano agli ignoranti, ai contadini. Qualcuno ha addirittura scritto che è una vergogna che le vecchie generazioni decidano per quelle future.
Vivendo in una democrazia, il voto di un giovane sbarbatello di Oxford è identico a quello di un portuale di Brighton, ma sembra che nella narrazione main-stream la differenza di classe pesi sulla qualità della posizione espressa. Il voto di questo referendum è prima di tutto un voto dei giovani precari e, complessivamente, della working class: se guardiamo questo grafico girato sul web, noteremo che la fascia compresa dai 25 ai 64 anni è andata a votare in massa giovedì scorso ed ha votato Leave. I giovani inglesi, amanti dell’innovazione e dell’Ue, semplicemente non sono andati a votare.

grafico bbrexit

Il referendum di ottobre sulle modifiche costituzionali sarà il banco di prova per le politiche europeiste del PD e del governo Renzi. Non avrà lo stesso significato politico della Brexit, però ha come proprio obiettivo il ristrutturare la forma Stato in una direzione di integrazione con l’apparato amministrativo europeo.

Il puzzle dimostra sempre di più segni di disgregazione. A chi toccherà togliere i pezzi?

 

 

Mattia vonLucky

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