L’uomo-puzzle

Questa è la storia di un vecchio artigiano, un manipolatore di legno, di quelli che, di questi tempi, non se ne vedono più.

Finiti erano i giorni del bene stare. Quando i suoi puzzle erano ricercati da grandi e piccini.

Sì, puzzle.

Il vecchio artigiano aveva dedicato la sua vita alla loro costruzione.

A levigare, tagliare e incidere, pezzo dopo pezzo, le sue opere.

Non semplici tasselli che si incastrano tra di loro.

Ripetuti uguali tra di loro.

Ma vere e proprie sculture da costruire.

Draghi, cinghiali, leoni, uccelli, alberi.

Chi più ne ha, più ne metta!

Il vecchio artigiano rendeva materia la fantasia.

Con le sue mani callose, dava vera e propria vita a ciò che creava, riproducendone organi, ossa, tendini, pelle e peluria.

Chi comprava i suoi puzzle, intraprendeva un viaggio.

Alla scoperta di come fossero fatti dall’interno, i sogni che l’artigiano realizzava.

Nessun pezzo ripetuto.

Niente era scontato.

Ogni tassello aveva la dignità di una propria forma.

L’interezza dell’opera era il risultato dell’unione di migliaia di forme differenti.

Era ormai tempo che nella sua vecchia bottega, il vecchio artigiano non faceva più della fantasia realtà.

Nessuno più andava da lui a raccontargli i propri sogni.

Nessuno sognava più.

Arrivò un giorno in cui un signore distinto entrò nella vecchia bottega del vecchio artigiano.

Era un medico, un professore di anatomia, che richiedeva il servizio delle rinomate abilità del vecchio.

Il vecchio artigiano sentì un brivido risalire lungo la schiena, il sangue ribollire.

Finalmente qualcuno aveva ripreso a sognare!

Il vecchio artigiano non era più nella pelle di sentire quale fosse la richiesta del giovane dottore.

Un uomo-puzzle per il suo corso di anatomia.

Così gli studenti avrebbero potuto toccare, montare e smontare, organi, ossa e tessuti.

Il vecchio artigiano di colpo perse il suo entusiasmo iniziale.

Non era un sogno.

Non poteva far esplodere la sua fantasia per realizzare il sogno di qualcuno.

Gli stenti si facevano sentire e il vecchio artigiano accettò la commessa.

Cercò con tutte le sue forze di creare un uomo-puzzle quanto più possibile autentico e realistico.

Tendine dopo tendine.

Nervo dopo nervo.

Dopo mesi di lavoro l’uomo-puzzle era quasi ultimato.

Tornò il giovane dottore, per accertarsi del lavoro svolto dal vecchio artigiano.

L’uomo-puzzle era perfettamente imperfetto.

Narici larghe. Orecchie piccole. Braccia lunghe.

Assomigliava al vecchio artigiano quand’era giovane.

Il giovane dottore rimase colpito dal lavoro del vecchio e non vedeva l’ora di portarlo ai suoi studenti.

L’uomo-puzzle, però, non era completo.

Gli mancava un ultimo importantissimo pezzo.

Il cuore.

Passarono altri mesi  e l’artigiano non era ancora riuscito ad ultimare quell’ultimo tassello che gli avrebbe permesso di chiudere con un passato di fame.

Il giovane dottore ritornò un’ultima volta nella vecchia bottega del vecchio artigiano, questa volta per ritirare la commessa ordinata.

Era passato troppo tempo.

Mai riemerso dalla miseria, il vecchio artigiano continuò a dedicarsi alla realizzazione del cuore dell’uomo-puzzle.

Come si poteva riprodurre il motore della vita?

Come si poteva ricreare quell’incastro che origina dolore e tristezza, gioia e passione?

Non lo scoprì mai.

Passò gli ultimi giorni della sua esistenza a levigare e ad incidere il ciocco di legno che avrebbe dovuto completare l’uomo-puzzle.

Quasi a levigare e ad incidere i propri dolori, le proprie sofferenze.

Il vecchio artigiano morì con le sue mani callose ancora strette al tronco di salice, che finalmente aveva iniziato ad assumere le sembianze del cuore di un uomo.

Alla fine, la vecchia bottega del vecchio artigiano chiuse, e l’uomo-puzzle rimase per sempre incompleto.

Con un vuoto nel petto che divenne voragine.

 

Bobby Hutton

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