Gentrification is the new colonialism

Ho 27 anni. La mia famiglia ha cambiato nella sua storia varie abitazioni, ma è originaria dei Quartieri Spagnoli e nei Quartieri è tornata a risiedere. Ho frequentato uno dei licei del centro storico e ho avuto modo di continuare a vivere la zona anche durante gli anni dell’università. In questo tempo ho sviluppato un forte legame con la mia città e con quel circoscritto spazio del centro, scoprendone man mano miserie e pregi, contraddizioni e potenzialità. Ho avuto sicuramente la possibilità di vedere le sue trasformazioni negli ultimi dieci anni, così come altre migliaia di persone che hanno attraversato quelle strade. Ho visto i decumani diventare le vie del consumo massificato del cibo e le piazze del centro le fabbriche del divertimento. Ho visto via Mezzocannone trasformarsi nella strada del fritto, eliminando la sua storica caratteristica di strada delle librerie per gli universitari della zona. Così come via San Sebastiano si è trasformata da strada degli strumenti musicali a strada dei negozi vintage e delle “patatinerie”. Ho visto, mai come negli ultimi cinque anni, fiumi di turisti affollare “Spaccanapoli”, mangiarsi il babà, bersi il caffè. Tutti a tarallucci e vino, a pizza e mandolino.

In questi ultimi anni, in particolare con la giunta De Magistris, il centro storico di Napoli si è modellato seguendo le caratteristiche dei centri delle grandi metropoli europee: spazi urbani “globali” e flessibili, dove ogni finta esigenza viene soddisfatta. Bevi, mangi, visiti la chiesa famosa, senti qualche canzone di musica popolare per la strada, fai l’aperitivo, poi ritorni a bere, mangiare, vai a dormire. Il giorno dopo la cantilena si ripete. Se sei un turista, fai questo per tutti i giorni della tua permanenza e puoi dire di “essere stato” in questa o quella città.

Magnifico, no? Finalmente una città come Napoli valorizzata, i turisti portano soldi, c’è qualcosa di lavoro in più, le piazze e le strade sono meglio tenute e più pulite, i siti culturali sono aperti per un po’ più di tempo.

Ciò nonostante, camminando ed osservando questi cambiamenti mi sono domandato: tutto ciò ha un prezzo? E se sì qual è?

Cosa c’è dietro lo spritz che ci beviamo seduti al bar? Cosa dietro la pizzetta fritta che amiamo mangiare andando su e giù per i decumani? Perché solo alcune strade sono ben tenute, mentre altre, nonostante siano ricche di umanità, sono lasciate al degrado? Perché si sente l’esigenza di dover presidiare le piazze con forze dell’ordine ed esercito?

Le trasformazioni hanno sempre un costo. Quello di migliaia di lavoratori che navigano nel sommerso per pochi spicci all’ora, senza contratti, né garanzie di alcun tipo. Di centinaia di botteghe di artigiani rimpiazzate da pasticci e patatine fritte. Il costo di un processo di espulsione degli abitanti storici del quartiere che, se non emigrati in altre zone, vivono ghettizzati nei recessi più oscuri e degradati, oltre che essere costantemente criminalizzati.

La socialità che si riversava nelle piazze è qualcosa di sempre più concentrato in pochi spazi, il cui unico scopo diventa essere luogo di consumo del puro e semplice divertimento.  Le strade sono state espropriate di chi le popolava, per diventare freddi itinerari turistici senza vita. Nel frattempo chi non è fuggito per gli affitti sempre più alti è stato relegato nelle strettoie più buie, nei vicoli più nascosti. In questi anfratti, vivono e crescono bambini e ragazzi rifiutati da ciò che li circonda perché considerati fuori posto. Sono fuori posto bambini che giocano a pallone. Sono fuori posto i ragazzini che esplorano il proprio “habitat naturale” i cui alberi sono pali della luce, il terreno asfalto, le montagne palazzi.

Per rendere il cuore di Napoli “città globale” ciò che non rientra nei canoni prestabiliti dell’ordine, dell’estetica, della sicurezza, tutto ciò che è “marginale” va eliminato, messo da parte, nascosto.

Così è anche per le persone che non vanno dove tira il vento.

 

Bobby Hutton

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