Bisanzio Ottomana #2

Il tentativo di questa seconda parte di “Bisanzio Ottomana” è quello di andare al di là della rappresentazione mediatica dei processi sociali ed economici che si sviluppano in Turchia.

Lontano dall’essere esaustivo, cercare di analizzare la fase di sviluppo capitalistico della Turchia risulta a parer mio importante per due motivi: guardare alla società turca da una prospettiva differente da quella mainstream; intuire quale potrebbe essere il suo posizionamento nello scacchiere euro-asiatico.

Non possiamo che partire da un presupposto: la dialettica dei processi storico-sociali si esprime, anche se con diverse intensità, sempre in modo conflittuale. Ormai siamo soliti pensare alla società come qualcosa di statico, un monolite immanente, già dato, che non può essere trasformato.

Gli ultimi avvenimenti in Turchia pongono con forza al centro dell’attenzione la dinamicità e la conflittualità con cui, al contrario, si rapportano le classi sociali.  Dotarsi di alcuni strumenti storicizzanti ci può permettere di ricercarne le origini.

Riprendiamo da dove c’eravamo lasciati. Le forze produttive turche con le riforme attuate da Mustafa Kemal si lanciano verso la sfida della modernizzazione. Si crea uno Stato-nazione laico  con le proprie sovrastrutture giuridiche e politiche, si avvia un processo di industrializzazione guidata dallo Stato a partire dalle campagne e dal settore agricolo.

Trovandosi a cavallo tra le due guerre mondiali il tentativo di ripresa economica kemalista incontra numerosi ostacoli, fino ad uno stallo che dura quasi tutto il secondo dopoguerra. Nonostante l’instabilità politica del paese, nel 1963 la Repubblica di Turchia firma un accordo di associazione con la vecchia CEE, l’Accordo di Ankara.

Questo trattato associativo si basava su due principi:

  • La formazione di un’unione doganale;
  • L’allineamento delle politiche economiche e sociali delle due parti.

Nel 1973 viene firmato un nuovo protocollo del precedente accordo, che definisce le norme applicabili a:

  • L’istituzione dell’unione doganale in ventidue anni dal momento della firma del protocollo;
  • La libera circolazione delle merci;
  • La cooperazione economica.

La terza fase del processo associativo è compiuta nel 1980, in cui vengono fissati:

  • I tempi di abolizione da parte dell’Unione europea dei dazi sui prodotti agricoli primari;
  • Gli orientamenti in termini di occupazione, libera circolazione e diritti sociali dei lavoratori turchi e delle loro famiglie;
  • Gli obiettivi della cooperazione economica, tecnica e finanziaria.

Sostanzialmente i tre protocolli si concretizzarono in prestiti forniti dai paesi europei alla Turchia e nella progressiva liberalizzazione di merci e capitali tra le parti firmatarie. Secondo dati forniti dalla Commissione europea, nel 1993 gli scambi della Turchia con l’Ue rappresentavano il 44% delle sue importazioni ed il 47% delle sue esportazioni. Al 2013, dopo vent’anni, il rapporto rimane invariato se non rafforzato (la Turchia esporta per il 46,5% in Europa e importa per il 49,5% sul totale, fonte http://atlas.media.mit.edu/en).

All’interno di questo contesto, i capitali trasnazionali europei si sono progressivamente radicati sul territorio turco. Secondo i dati dell’associazione dei costruttori automobilistici turchi (OSD), ad esempio, le fabbriche Oyak-Renault (joint venture tra la francese Renault ed il Fondo Pensioni delle forze armate turche) e Fiat-Tofaş (presente nella città di Burça dal 1971) insieme realizzano il 40% della produzione automobilistica del paese, corrispondente al 10% delle sue esportazioni totali.

L’immagine spesso riesce a sintetizzare in sé una rappresentazione complessa senza dover “sprecare” troppo tempo nel tentativo di farlo attraverso la parola.

turkeyexport1963

turkeyexport1973

turkeyexport1980

turkeyexport1993

turkeyexport2013

 

Da questi grafici, estratti da http://atlas.media.mit.edu/en, sulla composizione e sul peso dei prodotti che la Turchia esporta, si fotografano abbastanza precisamente le trasformazioni che la struttura produttiva nel suo complesso ha attraversato.

I cambiamenti difficilmente sono lineari nelle loro manifestazioni ed è chiaro che le statistiche non tengono conto di quelle contraddizioni che nascono in seno alla società. Lo sviluppo del capitalismo occidentale è stato storicizzato in un processo unilaterale ed inevitabile di trasformazioni da un capitalismo che industrializza l’agricoltura, diventa manifatturiero, si automatizza e de-industrializza verso il settore dei servizi.

La storia della composizione della forza lavoro occupata negli Stati Uniti è emblematica di tutta la storia dello sviluppo capitalistico così come lo conosciamo.

forzalavorostatunitenseagricolturadal1955

forzalavorostatunitensemanifatturierodal1955

Fonte per i tre grafici, OCSE Databank
Fonte per i tre grafici, OCSE Databank

Questo può essere considerato largamente vero anche per i capitalismi europei, guardando ad esempio a dati più recenti per paesi come l’Italia.

forzalavoroitalianapersettore

La violenza con cui si è imposto il capitalismo occidentale a livello internazionale sui paesi subalterni e coloniali ne ha inevitabilmente influenzato il destino.

Per la Turchia ciò è consistito in un progressivo avvicinamento agli “standard” della produzione capitalistica europea. Al di sotto dei dati macroeconomici viaggiano le contraddizioni e le arretratezze di un paese che si posizione al 17esimo posto per Pil al mondo.

In primo luogo la distribuzione della forza lavoro per i vari settori produttivi.

forzalavoroturcapersettore

Come si evince dal grafico la Turchia nel 1990 aveva ancora il 45% del totale della forza lavoro impiegata in agricoltura e al 2012 il peso è ancora evidente (24%). Tutto ciò fa pensare ad un sistema produttivo ancora fortemente legato ad un’alta intensità di utilizzo del lavoro vivo.
A confermare questa tesi sono i valori della produttività della forza lavoro turca che si attesta su livelli negativi, al contrario di capitalismi avanzati come la Germania e gli Stati Uniti.

Fonte, OCSE Databank
Fonte, OCSE Databank

E’ come se la Turchia si trovasse ancora in una fase precedente alla svolta neoliberista che hanno vissuto le economie più avanzate al mondo dagli anni Ottanta ad oggi.

Certo la crisi mondiale deflagrata nel 2007 negli Stati Uniti ha imposto anche al capitale turco una nuova sfida in un contesto geopolitico circostante molto complesso e con una situazione sociale interna esplosiva.

Negli ultimi anni, oltre alla questione kurda che ha continuato ad inasprirsi, la stessa società turca si è dimostrata sempre più conflittuale. Il progressivo avvicinarsi all’Europa, anche in termini di possibilità di adesione all’Unione, è stato possibile solo grazie all’adozione di quelle politiche economiche compatibili con i Trattati di istituzione del Mercato Unico: tagli alla spesa pubblica (o come va di moda oggi spending review), privatizzazioni, riforme del mercato del lavoro nella direzione della “flessicurezza” e dell’abrogazione dei diritti fondamentali. Proprio come è accaduto da noi. Pesanti sono, infatti, i recenti attacchi che il diritto allo sciopero sta subendo in Turchia.

Per approfondire questo aspetto rimando ad un articolo interessante uscito su VICE che inchiesta un po’ la condizione dei lavoratori dell’industria automobilistica in Turchia, riuscendo a darci una testimonianza diretta dei lavoratori stessi e del ruolo dei capitali europei sul territorio. https://news.vice.com/it/article/fiat-aziende-turchia-proteste-operai

La guerra che Erdogan, oggi, conduce all’esterno per affermare la propria egemonia regionale e all’interno per imporre il proprio ordine sociale e politico, sta alimentando fratture insanabili nella società turca.

Tra la lotta di chi come i kurdi vuole autodeterminare la propria esistenza con esperienze di governo assolutamente nuove e di chi nelle metropoli turche, oggi, affronta la sfida per conquistarsi un futuro migliore, si celano tutti gli scenari futuribili che coinvolgeranno la Turchia.

Quale che sia lo scenario che si concretizzerà, una cosa è certa: le trasformazioni sono sempre in atto.

 

 

Andrea Ruben Pomella

 

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