L’età della paura

Per strada tante facce | non hanno un bel colore: | qui chi non terrorizza | si ammala di terrore

In questi giorni di paura per le morti di Parigi si sta tenendo ad Antalya, in Turchia, il G20. Le riunioni dei “grandi” della Terra oggi sembrano aver superato il carattere di dialogo in merito alla cooperazione economica e sempre di più la guerra è diventata la questione preponderante all’ordine del giorno.

Gli attacchi di Parigi non possono essere visti slegati dalla storia degli ultimi anni e si inseriscono in una “guerra al terrorismo” che dura da quando l’ex presidente degli Stati Uniti, George W. Bush Jr., fece la sua dichiarazione in merito agli attacchi alle Torri Gemelle nel settembre del 2001.

Da quel momento in poi tutti gli interventi militari verso i presunti covi delle cellule terroristiche, tutte le morti che questi hanno causato sono diventati il prezzo che accettiamo senza porci domande per difendere la nostra società.

Sembra che viviamo in un mondo in cui siamo asserragliati nel difenderci da ciò che ci minaccia, prima Al-qaeda e i Taliban, gli Stati “canaglia” come l’Iraq, poi la Libia e la Siria, infine l’Isis.

La paura che ci sia qualcosa fuori che ci mette in pericolo diventa un codice di comando che assoggetta all’interno e legittima la “difesa” attiva all’esterno.

Negli ultimi 14 anni si è costruita una narrazione per cui la pace è possibile ottenerla solo distruggendo militarmente tutti i nostri nemici. Per tutta la Guerra fredda sono stati i comunisti ed i sovietici, oggi è il mondo islamico.

Al centro di questa narrazione non esiste altro che l’Occidente, colpito nel suo insieme di sistema di valori e di pratiche culturali, la democrazia rappresentativa, le libertà individuali, il liberismo economico. Subiamo quotidianamente una strategia mediatica di paura volta a rinchiuderci entro le nostre mura di casa: il rom che fa le rapine, il musulmano terrorista diventano il capro espiatorio sociale per cui accettiamo passivamente l’esercito nelle nostre strade, l’aumentare dei posti di blocco delle forze dell’ordine e infine, ma non per ultima, la guerra.

Perchè non ci scandalizzano le morti causate dagli eserciti occidentali in nome della pace e della guerra al terrorismo? Perchè non ci colpiscono le condizioni di miseria in cui la guerra che conduciamo costringe milioni di persone? Perchè il giorno dopo la strage di Parigi, già erano pronte ed impacchettate le story telling delle persone che hanno perso la vita, mentre per tutte quelle che l’hanno persa sotto i bombardamenti occidentali a stento si spendono due righe di cronaca?

Perfino nella morte esistono persone di serie A e di serie B. La pubblica indignazione sopraggiunge solo quando ci presentano immagini come quelle dei bambini annegati nelle traversate in mare o quando muoiono civili occidentali, senza soffermarsi più di tanto sul perchè accadono queste cose. Accettiamo quelle immagini come se fossero un’altra realtà dalla nostra, come se vivessimo in un universo parallelo in cui è impossibile che le nostre società ricadano in guerra. In questi decenni in cui i conflitti si sono combattuti fuori delle nostre frontiere, abbiamo rimosso l’idea della guerra dalle nostre menti, e oggi con gli ultimi attacchi la prima reazione è la paura.

Paura di subire anche noi attacchi, paura del proprio vicino immigrato, paura nello scendere per le strade.

La nostra paura è la forza di chi trae interesse da questo sistema di morte.

La nostra pace non si fonda che sulla guerra fatta ad altri.

 

Bobby Hutton

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