Compratori di petrolio cercasi

In risposta ad un commento ad un articolo che ho scritto, ho fatto un po’ di ricerca sulla picchiata del prezzo del petrolio nell’ultimo anno. Tra numerosi articoli scritti a riguardo, pochi hanno centrato, a mio parere, il nodo della questione. Credo che l’oggetto del problema, perchè il petrolio è sceso dai 112$ a barile dell’agosto 2014 ai circa 49$ di oggi, sia più semplice di quanto si possa immaginare.

Nessuna alchimia finanziaria, ma semplice sovrapproduzione.

L’Agenzia internazionale dell’energia ha calcolato, infatti, che, al terzo trimestre 2015 (vedi qui), l’offerta di greggio ha superato la domanda di poco più dell’1%. Un eccesso di 500 mila barili al giorno. Una ragione di per sé sufficiente per determinare una diminuzione del prezzo.

Chi diceva che il petrolio è una risorsa “scarsa”?

Due fattori hanno configurato l’implosione del costo del barile: la produzione massiccia di petrolio non convenzionale (olio di scisto o shale oil) da parte degli Stati Uniti e l’immobilismo in termini produttivi da parte dei paesi OPEC ed in particolare dell’Arabia Saudita.

Andiamo punto per punto. Gli Stati Uniti negli ultimi cinque anni con il prezzo del barile sui 100$ hanno iniziato ad investire centinaia di miliardi in nuove tecniche di estrazione dell’olio di scisto (che si ottiene attraverso l’idrolisi dello scisto bituminoso) per poter acquisire una progressiva indipendenza dall’importazione di risorse energetiche.

Così facendo nel 2014 si sono guadagnati il primo posto tra i produttori di greggio (l’Unione petrolifera italiana ha stimato che l’83% dell’offerta aggiuntiva di petrolio statunitense sia dovuta allo shale oil), con una previsione di coprire il proprio consumo interno entro il 2020.

Sebbene questo genere di estrazioni siano molto costose e molti ne abbiano cantato già il requiem, l’olio di scisto americano non sembra essere morto. Si calcola infatti che con un prezzo a barile al di sotto degli 80$ la produzione non sia profittevole. Se questo è vero per le compagnie estrattive più piccole, risulta diverso se non falso per quelle più grandi, che riescono a contenere i costi di produzione e a sopravvivere.

Questa “novità” americana si inserisce all’interno di un contesto geopolitico mai visto prima nelle relazioni internazionali in cui storiche amicizie possono cambiare in un’arena di gioco dove tutti competono con tutti. L’Arabia Saudita ha infatti premuto per non alterare la produzione annua dei paesi OPEC e quindi guardare il prezzo scendere senza far nulla. Riyad ha preferito l’immobilismo di fronte ad una saturazione di mercato in cui il suo prodotto rimane comunque il più commercializzato al mondo, venduto oggi sotto i cinquanta dollari. Un modo per cercare di mettere fuori mercato l’olio di scisto statunitense.

Per paesi come la Russia, una diminuzione del genere ha sferrato un duro colpo all’economia. In più l’aumentare delle tensioni sul fronte europeo, in Ucraina, e mediorentale, in Siria, ha portato il Cremlino a dare maggiore importanza al suo “spirito asiatico”, firmando numerosi accordi commerciali di forniture di gas con l’India e rendendo operativa dal 2018 la Siberia Power, un gasdotto che termina in Cina, primo consumatore al mondo di risorse energetiche.

Se pensiamo che durante l’embargo la National Iranian Oil Company si posizionava sul podio delle compagnie petrolifere del mondo assieme a Saudi Aramco e China National Petroleum Company, ora che l’Iran sarà libero di esportare il proprio petrolio si apriranno scenari del tutto nuovi.

La “mappa energetica” del mondo è destinata inevitabilmente al cambiamento.

 

Andrea Ruben Pomella

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