La vittoria di Pirro

Da questa tornata elettorale, ancora una volta, ne esce vittorioso Erdogan.

Vittorioso in parte, perchè quella del presidente turco si può definire tranquillamente una vittoria di Pirro. Anche se in questa tornata elettorale l’AKP ha ottenuto il 49.38%, equivalente a 316 deputati nella Grande Assemblea Nazionale Turca, non potrà cambiare la costituzione e trasformarla in una repubblica presidenziale. Non potrà farlo nemmeno se l’estrema destra dell’MHP contribuisse in maniera esterna, visto che non rientrano nella coalizione di centro-destra. E questa è una delle prime buone notizie per quella parte di popolo che sta resistendo da anni alle violenze e alle torture.

I socialdemocratici del CHP crescono di un punto e mezzo (25.41%) e guadagnano due seggi rispetto alle elezioni di giugno. Un tonfo, invece, quello dell’estrema destra dell’MHP (11.94%), il braccio politico dei lupi grigi, che perde cinque punti e una quarantina di parlamentari. Stesso discorso per l’HDP: il Partito Democratico del Popolo, partito della sinistra kurda, perde circa tre punti e una ventina di parlamentari.

Sicuramente ci sono una serie di riflessioni a caldo che sorge immediato fare. Quella di Erdogan è una vittoria che si inserisce in un contesto di bombe durante cortei e di una guerra civile pluriennale. Una vera e propria strategia della tensione che la nostra storia ben ci rammenta. Utilizzata a casa nostra negli anni’70, adesso è prontamente messa in pratica in Turchia contro comunisti e kurdi.

E’ una vittoria di Pirro perché senza le bombe, Erdogan non avrebbe ottenuto un risultato così forte. In tantissime città si denunciano brogli, i seggi elettorali sono stati presidiati dall’esercito che non ha tardato nel rendersi protagonista di violenze: nella regione kurda di Cizre, militari si sono resi responsabili di azioni di forza nei confronti di chi si recava al seggio per esprimere il proprio voto. Bombe, sequestri di persone, intimidazioni e uccisioni sono state la propaganda di Erdogan in campagna elettorale.

Una seconda impressione è che, al di là delle percentuali elettorali che in ogni caso registrano una diminuzione significativa dell’affluenza al voto (si è scesi da circa l’89% delle elezioni di giugno 2011 all’83%), chi sta vivendo sulla propria pelle la paura di opporsi ad un regime di discriminazioni e continua a scendere in piazza è il vero vincitore. Non c’è segnale di scoramento da parte di chi, come i kurdi e la sinistra turca, sta subendo tutto questo.

L’espansione economica ha portato la Turchia ad affacciarsi in Medio Oriente con violenza, cercando di mantenere una stabilità interna con la forza e armandosi contro i suoi avversari (in primo luogo le forze armate kurde e l’Iran).

Che abbia vinto le elezioni in modo eclatante o meno, il regime militare di Erdogan quanto potrà continuare?

Her Biji Kurd u Kurdistan

 

von Lucky

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