La matematica dell’austerity

Due grandi temi economici in questi anni di crisi sono stati la crescita (o meglio la non-crescita) e l’austerità. Non sono un economista né un fine matematico. Anzi la matematica non è mai stata il mio forte. Ma sottrazioni ed addizioni almeno le so fare.

Il calcolo del Pil si basa su una semplicissima equazione. Y = C + I + G + (Ex – Im). Roba da elementari per chi ha studiato economia. Eppure per noi comuni mortali che non siamo in grado di calcolare gli addendi, avendo dei valori numerici (positivi o negativi) possiamo senza problemi svolgere questa formula.

Tentiamo prima di spiegarne i fattori: Y lo si dedurrà è il Pil; C sono i consumi delle famiglie; I è la spesa per investimenti privati; G è la spesa pubblica, ossia i consumi statali; (Ex-Im) è il saldo commerciale, cioè la differenza tra le esportazioni e le importazioni.

L’austerity nelle democrazie europee in crisi si è tradotta in politiche fiscali di taglio dei consumi statali (quella G dell’equazione), mosse dal principio neoliberista secondo cui tutto ciò che è “Stato” è inefficienza, spreco e improduttività. Certo le politiche keynesiane degli anni ’60 hanno creato dal canto loro una macchina statale che ha permesso a classi politiche intere di arricchirsi attraverso corruzione, clientelismo e perseguimento di interessi personali. Ecco quindi gli sprechi da eliminare. Peccato che in questi anni di spending review ciò che ha subito disinvestimenti, cioè tagli, sono stati servizi pubblici come sanità, istruzione e previdenza.

In questi anni di recessione economica con C (i consumi delle famiglie) ed I (gli investimenti privati) in forte diminuzione, ciò che le politiche di fuoriuscita dalla crisi hanno suggerito è di diminuire G (i consumi statali) per poter utilizzare le risorse risparmiate per altri scopi. Ma andando per deduzione se i consumi delle famiglie sono negativi, gli investimenti privati diminuiscono, e anche la spesa pubblica viene tagliata, anche se il saldo commerciale fosse positivo, come fa a crescere Y, cioè il Pil?

Facciamo un piccolo esempio sulla variazione delle componenti del Pil italiano del 2013 rispetto l’anno precedente. Fonti Istat, Commisione europea, Banca Mondiale:

Y = C + I + G + (Ex-Im)

Pil = -1% – 3,2% – 1% + 3% = -2%

Per lo Stato, se i consumi delle famiglie e gli investimenti privati sono variabili esogene, la spesa pubblica no. Oltre al salvataggio di istituti di credito con soldi pubblici, un’altra mossa per non sprofondare nell’abisso è stata falciare tutte le attività pubbliche “improduttive” e che anzi hanno un peso molto elevato nei bilanci statali.

Esiste quindi una correlazione tra crescita economica e politiche di austerity molto forte.

Il World Economic Forum in una nota del 9 ottobre scorso ha pubblicato alcuni grafici esemplificativi di quanto i paesi più deboli che hanno adottato pesanti “aggiustamenti fiscali” abbiano avuto la crescita più bassa se non negativa.

Sono presi in considerazione 28 Stati OCSE e mettendo sull’asse delle ascisse la crescita del Pil in termini reali e sull’asse delle ordinate la percentuale potenziale del peso degli aggiustamenti fiscali sul Pil esce qualcosa di suggestivo. Più si sono applicate politiche di austerity più la crescita economica è stentata ad arrivare (la Grecia rappresenta l’emblema di questa correlazione)

Ecco il grafico del World Economic Forum basato su dati del Fondo Monetario Internazionale.

150922-fiscal-policy-tightening-austerity-VoxEU (1)

Nelle condizioni di difficoltà in cui si ritrova un paese come l’Italia, con due milioni di disoccupati,con una perdita di tessuto produttivo del 25% e una forte sperequazione in termini di distribuzione della ricchezza, le politiche di taglio del welfare faranno davvero ripartire la crescita economica?

 

Bobby Hutton

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