PEE – Periferie Economiche Europee

Con otto anni di crisi sulle spalle, una crescita cumulata stazionaria nell’Unione Europea a 28 paesi e una decrescita nell’Eurozona, le diseguaglianze regionali sono effettivamente aumentate.

La zona euro e l’Unione a 28 sembrano due mondi diversi: mettendole a confronto negli anni di crisi, il tasso medio cumulato di crescita della prima è stato inferiore che nella seconda (3,6%, rispetto al 4,5%), con una crescita delle regioni europee fuori dall’Euro pari al 6,7%. La dinamicità dei paesi est-europei, entrati nell’Unione a partire dal 2004, modifica radicalmente le stime di crescita.

La delocalizzazione produttiva attraverso gli investimenti diretti esteri (IDE) degli ultimi vent’anni dagli Stati europei core (in testa la Germania) a quelli periferici, se da un lato ne ha determinato lo stimolo alla crescita e alla convergenza, dall’altro ha decretato la loro dipendenza dalle politiche macroeconomiche europee.

Paesi prima facenti parte del blocco sovietico, oggi rappresentano la periferia industriale in cui l’Europa occidentale ha trasferito buona parte della sua produzione, legandoli ad un sistema di finanziamento (quello dei fondi strutturali) da cui dipende la loro prospettiva di sviluppo.

Se l’Unione Europea ha le sue periferie (con le loro periferie delle periferie), anche gli Stati della moneta unica (per lo più ascrivibili alla fascia della competitività) presentano forti diseguaglianze regionali.

Le classiche differenze tra aree deboli e aree forti sono esplose con la crisi: se nel complesso dell’Unione anche nel periodo di recessione continua la convergenza delle aree deboli, cresciute cumulativamente del 7,2% (il doppio di più di quelle forti), nell’area euro è avvenuto il contrario.

Nel periodo 2008-2013, ultimo dato disponibile, l’attività produttiva nell’Ue a 15 è calata (-2,5%) per l’insieme delle regioni della Convergenza, cioè quelle che hanno un reddito pro capite inferiore al 75% della media europea; le rimanenti, quelle della Competitività, al contrario hanno registrato un moderato incremento (+3,5%). Convergenza e competitività (come affrontato in precedenza) sono due pilastri del processo di integrazione economica.

In altre parole, le regioni povere della zona euro diventano più povere, quelle più ricche continuano ad esserlo sempre di più.

Così come avviene nel Mezzogiorno in Italia, lo stesso avviene per altre regioni dei paesi della moneta unica.

La stessa “locomotiva d’Europa”, la Germania, presenta un forte dualismo interno. Dopo l’unificazione, con la svendita dei capitali tedesco-orientali a vantaggio delle aziende dell’Ovest e il cambio favorevole per la valuta della Repubblica Federale, l’Est della Germania è andato progressivamente impoverendosi. In ogni caso esistono alcune differenze sostanziali rispetto al nostro paese: una minor distanza tra i tassi di crescita delle aree Convergenza e Competitività durante gli anni precedenti alla crisi, ma soprattutto, una crescita cumulata del Pil di intensità pressoché analoga (8,5% contro 9,7%). Insomma le regioni più povere della Germania rimangono più ricche di quelle povere italiane.

In Spagna, invece, il processo di convergenza registrato nel periodo pre-crisi si è fermato con l’insorgere della congiuntura negativa: nel periodo di crisi la flessione registrata nelle aree della Convergenza (-5,1%) è stata più profonda che nelle regioni della Competitività (-3,2%).

La crisi ha sicuramente rappresentato una flessione complessiva delle economie europee, ma è altrettanto certo che le politiche di ripresa si stiano facendo a spese dei territori più arretrati a tutela di quelli più avanzati.

Bobby Hutton

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