E venni dal Sud con una valigia di cartone

Il Partito Democratico sembra assumere, sotto la guida del premier-segretario Renzi, il ruolo di partito della Nazione. Ma esiste davvero una Nazione chiamata Italia? O meglio, la retorica dell’unità nazionale che ha cercato di riabilitare l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione del 150esimo anniversario dall’unificazione, ha delle fondamenta su cui poggiarsi?

Il rapporto del 2014 e le anticipazioni 2015 sullo sviluppo del Mezzogiorno, redatto dalla Svimez, afferma dati alla mano il contrario, ma incredibilmente (?) le analisi emerse da questi studi sono state taciute. Eccetto qualche articolo sulle principali testate nazionali, che hanno avuto solo il merito di parlarne superficialmente, nessuna forza politica o media mainstream ha proferito parola. Eppure alla conferenza stampa di presentazione del rapporto erano seduti al tavolo della presidenza il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio e il Governatore della Puglia Nichi Vendola. Emergeranno forse dati scomodi?

Sud a rischio desertificazione sociale ed industriale

Con queste parole la Svimez apre il suo rapporto, sottolineando la durezza con cui la crisi degli ultimi otto anni si è abbattuta sulle economie e sui tessuti sociali delle regioni meridionali, aumentando il divario storicamente esistente con le regioni del Centro-Nord.

E’ infatti al Sud che si registra la recessione più significativa del paese: dal 2007 ad oggi in termini di Pil il Mezzogiorno ha lasciato per strada il 13% quasi il doppio del resto d’Italia (-7,4%). Nessuna regione meridionale ha avuto un calo inferiore al 10%.

La forbice si allarga ancora di più se guardiamo al guadagno annuale di un italiano medio che vive da Roma in su ed uno che vive da Roma in giù: se per il primo la media è di circa 30 mila €, per il secondo è di circa 15 mila, secondo i dati Svimez la differenza di Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud è del 53,3%.

I fattori più allarmanti della periferizzazione economica del Mezzogiorno sembrano essere tre, tutti concatenati tra di loro.

In primo luogo il dato sugli investimenti. Dall’inizio della crisi ad oggi, la flessione della spesa per investimenti è stata profonda in entrambe le parti del Paese, ma con intensità notevolmente maggiore al Sud. Nel periodo 2008-14 gli investimenti fissi lordi sono diminuiti nel Mezzogiorno del -38,1%, circa undici punti in più che nel resto del paese. Il calo è continuato anche nel 2014.

La caduta degli investimenti ha interessato tutti i settori dell’economia, assumendo dimensione particolarmente ampia nell’industria in senso stretto, crollata al Sud nel periodo di crisi 2008-2014 addirittura del 59,3%, una riduzione tre volte maggiore rispetto a quella, di per sé assai grave, del Centro-Nord (-17,1%). Il processo di accumulazione dell’industria meridionale aveva peraltro già vissuto una tendenza alla riduzione nel periodo precedente alla crisi (-5,9% tra il 2001 e il 2007) in presenza, invece, di un andamento positivo nel Centro-Nord (8,3%).

Al processo di deindustrializzazione del Mezzogiorno è seguito di pari passo una decrescita ventennale degli investimenti in opere pubbliche. Nell’economia politica liberale classica (Keynes) le opere pubbliche sono state uno strumento di assorbimento della forza-lavoro non occupata. Se guardiamo l’andamento degli investimenti in opere pubbliche e quello del tasso di occupazione vedremo che le due curve hanno una dinamica simile. Ecco due grafici fornitici da Svimez.

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occupazionesud

Il secondo fattore è proprio il tasso di occupazione nel Sud Italia tornato ai livelli del 1977.

Tra il 2008 ed il 2014, il Sud registra una caduta dell’occupazione del 9%, di oltre sei volte superiore a quella del Centro-Nord (-1,4%). Delle circa 811 mila unità perse in Italia, ben 576 mila sono nel Mezzogiorno. Al Sud si è concentrato oltre il 70% delle perdite occupazionali complessive a fronte di una quota del totale degli occupati che ormai vale poco più di un quarto.

Se pensiamo infatti che solo 4 giovani su 10 trovano un’occupazione (a fronte di un rapporto invertito per il Centro-Nord, 6 su 10) e che all’anno sono 100mila i migranti meridionali abbiamo, più o meno, un’idea dell’emorragia lavorativa che sta colpendo il Meridione.

Il dato allarmante è che a fronte di un crollo dell’occupazione di quasi il 10% in otto anni, il lavoro nero in queste regioni è aumentato negli stessi anni del 13%, contro una diminuzione nelle regioni centro-settentrionali.

La distribuzione territoriale del settore irregolare in Italia è fortemente diversificata. Nel Centro-Nord le unità di lavoro irregolari sono circa il 10% del totale nel Sud quasi il doppio (19,7%). 

Tre aspetti meritano particolare attenzione. Primo, l’interdipendenza tra economia regolare e sommersa mostra caratteri differenti al Centro-Nord rispetto al Sud. Nelle regioni centro-settentrionali si registra una relazione positiva tra occupazione regolare e irregolare. Al Sud, la relazione diventa negativa con un aumento del lavoro irregolare che controbilancia la riduzione di posizioni lavorative regolari. Nel primo caso, ci possiamo attendere che il settore irregolare sia composto principalmente dal margine intensivo (esempio: ore di straordinario non dichiarato). Inoltre, l’importanza del settore manifatturiero al Centro-Nord, che beneficia delle economie di scala e delle opportunità di esportazione, rende meno conveniente operare nell’irregolarità, dati i vincoli dimensionali delle imprese non regolari. Nel caso delle regioni meridionali, dove la disoccupazione è maggiore e la quota del settore manifatturiero (escluse le costruzioni) è meno rilevante, l’occupazione irregolare in tempo di crisi può essere considerata come una strategia di sopravvivenza e una via per rimanere ai margini del mercato del lavoro. 

ultima-tabella-di-caro

In secondo luogo, le due macro-aree registrano differenze anche per quanto riguarda l’intensità dei tassi di crescita cumulata: al Sud si registrano variazioni del lavoro regolare e non regolare maggiori. In altre parole, non solo la grande recessione ha effetti maggiori sul mercato del lavoro meridionale, ma questo sembra anche divenire più fragile con uno spostamento della forza lavorativa verso l’irregolarità.

Terzo, è utile riflettere sull’interazione tra disoccupazione e settore irregolare e sugli effetti di lungo periodo della crisi economica nei confronti delle due variabili. Nel Mezzogiorno, il lavoro irregolare ha forse contribuito ad attutire, almeno parzialmente, gli effetti della crisi economica e della perdita di occupazione dovuti alla grande recessione.

Politiche del lavoro efficaci, quindi, non possono prescindere dalla conoscenza del fenomeno dell’irregolarità e delle sue varianti regionali.

Il Mezzogiorno non paga soltanto caratteristiche settoriali e carenze strutturali della propria economia ma anche, in maggior misura rispetto alle altre regioni, la politica di contenimento della spesa pubblica che si manifesta non solo in minori spese di investimento ma in una contrazione maggiore dei consumi pubblici e dei trasferimenti. Indicativo in tal senso è che se si considera il complesso dei settori delle amministrazioni pubbliche, dell’istruzione e della sanità, il Mezzogiorno perde 147 mila unità pari al 9% mentre al Centro-Nord gli occupati in questi settori aumentano di 82 mila unità, pari al +2,7%. Ma ancor più importante i consumi privati in servizi e beni per la persona e per l’istruzione sono diminuiti del 16% più di tre volte il risultato del Centro-Nord (-5,4%).

Il crollo di investimenti, occupazione e consumi ha dato il via ad un circolo vizioso in cui il Sud sembra essere incatenato e a cui non si riesce a dare una risposta che spezzi il cerchio.

Nonostante le già difficili condizioni socio-economiche, possiamo affermare che le spending review e le politiche di austerity studiate in questi anni di crisi si sono fatte sostanzialmente al Sud.

Bobby Hutton

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