Il riarmo del samurai e il contenimento del dragone

La Germania prima

Il 6 maggio 1955 la Repubblica Federale Tedesca aderiva al patto NATO. L’impossibilità delle quattro potenze alleate – URSS, Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia – di convergere su posizioni condivise sul futuro dell’Europa continentale, fu considerato uno dei casus belli della Guerra Fredda. Nonostante le pressioni francesi, l’obiettivo statunitense del contenimento internazionale del comunismo e dell’Unione Sovietica non poteva essere perseguito senza la riabilitazione politica, economica e militare della Germania.

In estrema sintesi possiamo dire che il processo di riarmo tedesco abbia necessitato di un presupposto e attraversato due passaggi fondamentali.

Il presupposto è stato un elemento di continuità, di cui gli anglo-americani si sono fatti garanti, tra la produzione bellica nazista e la produzione industriale civile della Repubblica Federale. Un esempio emblematico è la Volkswagen. Già nel 1945 la fabbrica di Wolfsburg con i suoi 6mila operai produsse all’incirca 3mila veicoli sotto commissione della British Army. L’azienda tedesca era, infatti, stata inizialmente affidata al maggiore Ivan Hirst della Royal Electrical and Mechanical Engineers per poi essere ceduta nel 1949.

Dopo la creazione delle due Germanie, la Repubblica Federale fu inserita nell’European Recovery Program e nel 1951 assieme alla Francia, al Benelux e all’Italia intraprese la prima tappa verso l’integrazione europea: la Comunità Economica del Carbone e l’Acciaio.

La CECA istituiva un mercato comune tra i paesi firmatari, in cui liberalizzare i prodotti siderurgico-minerari (di cui la Germania ne è sempre stata il primo produttore europeo) e mettere sotto il controllo di un’Alta Autorità la produzione franco-tedesca.

Un’economia tedesca forte non era l’unico requisito del containment americano: vicina di casa dei paesi socialisti dell’Est Europa e dell’Unione Sovietica, la Repubblica Federale non poteva essere militarmente debole. Era necessario farla rientrare in un organizzazione di difesa collettiva, con un proprio esercito ed una propria struttura militare, ed è per questo che nel maggio del 1955 aderì al patto NATO. Così, già verso la fine degli anni Sessanta, l’esercito tedesco contava 500mila unità terrestri, una flotta ed un’aviazione.

Se la Dottrina Truman è stata l’espressione politica della strategia statunitense di contenimento dell’Est, l’European Recovery Program e le Comunità Economiche sono stati gli strumenti attraverso cui far ripartire l’accumulazione capitalistica nel continente e non lasciarlo in balia del nemico sovietico.

Il Giappone poi

Se guardiamo all’estremo Oriente la sponda americana anti-comunista più importante è sempre stata il Giappone.

Così come per la Germania il periodo subito successivo alla sconfitta dell’Asse è stato contraddistinto da un lato dalla garanzia delle potenze alleate della transizione politica, affinchè non si verificassero più fenomeni come il nazismo e il militarismo nipponico; dall’altro, la ricostruzione economica di quei Paesi è avvenuta seguendo un piano di liberalizzazione dei loro mercati in linea con gli interessi della maggiore potenza capitalistica, gli Stati Uniti.

Dopo due bombe atomiche, infatti, il Giappone fu posto sotto il duro governo del Supremo Comandante delle Potenze Alleate, il Generale americano McArthur, e fu costretto ad una riorganizzazione della sua struttura produttiva, basata, sin dall’era Meiji, sugli Zaibatsu – conglomerati monopolistici, come Mitsubishi, su cui si fondò tutta l’espansione economica di inizio Novecento dell’Impero giapponese. Eliminandone alcuni e riorganizzandone altri, il nodo centrale per l’establishment governativa statunitense sembrava più quello di indebolire la potenza industriale giapponese per poter imporre la propria forza economica su nuovi mercati, che eliminare qualsiasi legame col passato militarista.

La strategia politica, militare ed economica americana puntava ad accerchiare l’Unione Sovietica, ad Ovest con la Germania inserita nelle Comunità Europee e ad Est con il Giappone, che dopo la ratifica del Trattato di San Francisco del 1951 riotteneva piena sovranità e si impegnava assieme agli Stati Uniti in rapporti di partenariato economico e militare. Non a caso un anno prima scoppiava la Guerra di Korea e il fronte orientale necessitava di una retroguardia strategica.

Oltre all’URSS, sul Pacifico dal 1949 inizia ad affacciarsi un’altra minaccia per l’Occidente, la Repubblica Popolare Cinese. Nessuno avrebbe mai pensato all’epoca che un Paese prevalentemente agricolo e fortemente arretrato potesse diventare il secondo al mondo in termini di Pil ed il primo nelle esportazioni. Eppure la Cina, con la transizione al capitalismo avviata nel 1978 da Deng Xiaoping, negli ultimi trentacinque anni ci è riuscita.

La posizione storica di retroguardia del Giappone risulta, dunque, insufficiente a “gestire” le trasformazioni dell’Asia orientale, considerata oggi la regione più dinamica in termini economici e sociali al mondo.

La decisione della Camera alta giapponese di permettere all’esercito nazionale di partecipare ad operazioni all’estero in caso di minaccia o attacco ad un alleato NATO, si inserisce in un processo di transizione che il Giappone sta affrontando verso un ruolo proattivo nella regione.

La ripresa delle contese geopolitiche su isole minori come le Senkaku o le Curili con la Cina, il pattugliamento delle acque giapponesi nel Mare Cinese Meridionale da parte della marina, l’aumento delle rivendicazioni territoriali, sono tutti segnali che indicano un aumento delle tensioni in un mare estremamente ricco di risorse energetiche.

Oggi a ventisei anni dalla caduta del muro di Berlino, la formazione del mercato mondiale ha determinato la creazione di grandi potenze economiche che stanno progressivamente erodendo il primato degli Stati Uniti.

Con il riarmo del samurai, il contenimento della Cina ad Est potrebbe essere una strada che il Congresso degli Stati Uniti possa perseguire senza essere troppo coinvolto, ma potrebbe arrivare il giorno in cui il fiume esondi gli argini.

Bobby Hutton

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