La via della seta africana

L’interesse della Cina per l’Africa viaggia parallelo alle sue prospettive di espansione. Lo slogan “One Belt, One Road” (“Una cintura, Una Strada”) usato dai media cinesi al lancio ad aprile 2015 della nuova via della seta, la 21st Century Maritime Silk Route Economic Belt (MSR), sintetizza perfettamente le direttrici della penetrazione economica cinese a livello mondiale. Se via terra si è pensato ad ammodernare la via della seta storica, attraverso accordi stipulati con l’Unione Europea; oggi si punta al raddoppio, istituendo via mare una rotta commerciale che passa per l’Oceano Indiano e attraversa il continente nero.

 

I cinesi non badano a spese. Tre miliardi e mezzo di dollari è l’investimento iniziale che la Exim Bank farà per la realizzazione di una ferrovia transnazionale che faciliti la distribuzione di merci dagli hub portuali più attivi, come il porto di Mombosa, in Kenya, ad altri paesi dell’Africa subsahariana, come l’Uganda, il Rwanda, la Tanzania e il Sud Sudan, e di cui si assumerà il 90% dei costi di realizzazione.

La presenza cinese nel continente non è un fenomeno recente, i primi rapporti commerciali con paesi come la Tanzania risalgono ormai a 45 anni fa. Negli ultimi vent’anni il Paese di Mezzo ha progressivamente intensificato le relazioni economiche con l’Africa, arrivando a scavalcare gli Stati Uniti come primo partner commerciale. Dal 2005 al 2012 le autorità cinesi sostengono che gli investimenti diretti esteri sono sestuplicati, passando da 392 milioni a 2,5 miliardi di dollari, mentre lo scambio commerciale complessivo ha superato i 200 miliardi nel 2014.

I rapporti economici sono caratterizzati da una concentrazione settoriale: la Cina importa petrolio (64%), minerali (22%) e manufatti (8%) evidenziando un forte interesse di sfruttamento delle risorse naturali. L’Africa la rifornisce con 1,2 milioni di barili di greggio al giorno, che ammontano al 24% del suo approvvigionamento energetico totale. Al contrario, le esportazioni cinesi riguardano macchinari ed attrezzature per il trasporto, seguite da manufatti e tessuti.

Non sono solo grandi cifre. I dati “macro” spesso non rendono l’idea dei processi di trasformazione in atto. Nei prossimi anni, infatti, è facile presumere che il volto dei paesi sub sahariani interessati dalle relazioni commerciali con la Cina cambierà totalmente.

I rapporti cinesi in Africa non sono solo hard, non sono solo fatti di cemento e asfalto, ma investono anche i settori della cultura e delle telecomunicazioni, esercitando quel potere soft che facilita l’accettazione sociale dei cambiamenti in atto.

Nel 2009, l’ex presidente Hu Jintao ha assistito alla cerimonia di inaugurazione di un complesso sportivo da 56 milioni di dollari dedicato alla cultura cinese a Dar Er Salham, in cui ha firmato un’intesa da 4,4 milioni per riabilitare i canali radio e tv delle emittenti di Stato nell’arcipelago di Zanzibar, oltre ad uno da 21,9 milioni per la cooperazione tecnica. Se le nostre generazioni sono cresciute con il grande cinema hollywoodiano, in prospettiva possiamo dire che le future generazioni africane cresceranno guardando le pellicole prodotte ad Hong Kong.

La pervasiva strategia economica della Repubblica popolare è arrivata ad influenzare anche alcuni gangli della struttura produttiva di interi paesi. Un esempio è la Nigeria, in cui la Cina ha aperto una Special Economic Zone (SEZ).

Nel primo paese esportatore di greggio dell’area subsahariana e con una previsione di crescita al 6% fino al 2017, i cinesi si sono accaparrati un posto in prima fila attraverso una piattaforma di partenariato strategico e di mutuo vantaggio che prevede una estrema mobilità di capitali e risorse ed una costituzione giuridica che permette di aggirare i vincoli commerciali.

Appurato il potenziale di questi paesi è facile comprendere come la continua domanda cinese di risorse naturali e la necessità dell’Africa di dotarsi di infrastrutture permettono alle relazioni sino-africane di svilupparsi rapidamente.

La sinergia si spiega nella complementarietà economica esistente tra le due aree: se da un lato l’Africa è carente di centrali elettriche, reti di telecomunicazioni e trasporto, strutture igienico-sanitarie la Cina oggi possiede una delle più competitive industrie di costruzioni civili.

L’influenza in termini economici e politici della Cina appare accertata. Quali impatti possa avere la necessità cinese di assorbire parte dei propri volumi produttivi e saziare la propria fame di energia su paesi che iniziano una risalita in termini di sviluppo economico non è facile pronosticarlo.

Infrastrutture per risorse energetiche e metalli è lo “scambio alla cinese”. La voracità dell’industria manifatturiera più grande al mondo necessita di un approvvigionamento costante.

Molti paesi africani, però, privi di materie prime da esportare hanno grandi deficit commerciali con Pechino. In questi casi, il commercio genera deflussi di capitali, concorrenza con i piccoli produttori locali e perdita di posti di lavoro in settori non competitivi.

Otto dei dieci paesi con i maggiori deficit commerciali con la Cina non hanno risorse naturali significative. In questi Stati, lo squilibrio del valore dei beni scambiati tende a peggiorare con l’aumento complessivo degli scambi. Il Ghana, ad esempio, ha accresciuto il proprio deficit commerciale con la Cina da 70 milioni di dollari nel 2003 a 4 miliardi di dollari nel 2012.

L’importanza del settore energetico per l’economia cinese porta ad evidenti squilibri nella geopolitica africana: se i paesi con risorse energetiche sono il centro degli investimenti cinesi con i quali poter magari accumulare deficit commerciali, quelli privi di materie prime sono costretti, al contrario, ad importare prodotti cinesi a maggiore valore aggiunto e quindi necessariamente ad ingigantire il proprio deficit.

L’entrata in scena nell’economia mondiale nel dicembre 2001 della Repubblica fondata da Mao Zedong sta cambiando gli scenari internazionali non solo economici, ma anche culturali e politici.

Apparentemente principi di coesistenza pacifica e cooperazione economica, enunciati dal premier Zhou Enlai nel 1964, hanno ancora un significato importante per la classe dirigente cinese.

Se questi principi siano solo residui ideologici e quale prezzo avranno per i fragili paesi africani lo potremo osservare negli anni che verranno.

Bobby Hutton

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